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Societa' Lombarda degli Avvocati Amministrativisti.

  • 16 giugno 2017 Stampa CONVEGNO ANNUALE DI SOLOM (III Edizione) “La soft law: natura giuridica e controllo giudiziale”
  • Considerazioni a seguito della sentenza Tar Lazio, Roma, Sez. II quater, 24 maggio 2017 n. 6171

    L’Italia non è la Repubblica dei TAR, l’Italia è uno Stato di diritto.

     

    Dal momento della pubblicazione delle sentenze del TAR del Lazio sulle procedure di nomina dei direttori di alcuni musei si è assistito alle reazioni più varie: dalla  celebrazione  "via stampa" di appelli con rito acceleratissimo sino al ripetuto auspicio che si giunga alla soppressione del giudice amministrativo, che è divenuto nell'immaginario collettivo (e non solo nelle parole di alcuni esponenti del mondo politico) una sorta di "super burocrate" che paralizza il progresso della Pubblica Amministrazione, tenendo in considerazione anche "ricorsi in minima parte fondati". 

    Anche nei periodi più difficili del rapporto fra politica (intesa in generale come gestione della cosa pubblica) e magistratura, nessuno si è mai sognato di proporre la soppressione della Corte di Cassazione o della Corte Costituzionale, le cui pronunce peraltro spesso hanno inciso ed incidono in modo penetrante sulla vita della Nazione e sulla quotidianità dei cittadini.

    Atteso che è dalla Rivoluzione Francese,  quantomeno,  che il principio di separazione dei poteri dello Stato è riconosciuto come il fondamento della democrazia, si deve concludere che nel sentire della collettività il giudice amministrativo non è percepito come "giudice", quindi come parte dell'insopprimibile mondo della "giustizia",  ma come una sorta di inutile e fastidioso "grillo parlante", che spesso parla anche a sproposito, tanto da condurre attenti studiosi a parlare di “paradosso” del processo amministrativo: strumento di protezione dell’interesse individuale e di delusione dell’interesse generale.

    Queste reazioni scomposte dimostrano che si è perso di vista il fatto che l’Italia non è la "Repubblica dei TAR" nella quale "si muore di diritto amministrativo" ma  è uno Stato di diritto, che  proprio perchè tale prevede, all’art. 113 della Costituzione, che contro gli atti della pubblica amministrazione sia sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi e ciò a garanzia della libertà e dell'autonomia dei cittadini nei confronti delle articolazioni dello Stato e della efficacia ed incisività dell'azione amministrativa, che si muove per atti che si presumono legittimi e come tale immediatamente efficaci.

    Potrà anche non piacere alla Pubblica Amministrazione che esista un giudice che possa esercitare il controllo di legittimità sui suoi atti, che possa ingerirsi nell'azione pubblica anche paralizzandola, se questa devia dagli obbiettivi che la norma ha fissato, ma non per questo il giudice va eliminato. 

    La soluzione del “paradosso” del processo amministrativo non può certo essere quella di eliminare il sistema di giustizia amministrativa:  si agirebbe sull’effetto e non sulla causa e questa è da ricercare nella scarsa qualità dell’apparato normativo, riferita non solo alla qualità formale dei testi normativi, ma anche alla qualità sostanziale delle regole.

    La chiarezza della legge è sinonimo di "certezza" del diritto e rappresenta una manifestazione di lealtà dello Stato verso i propri cittadini, assumendo un ruolo centrale per consentire efficacia ed effettività al sistema di giustizia amministrativa nella lotta ai fenomeni dilaganti di inefficienza, corruzione e malgoverno.

    Da anni la magistratura amministrativa e l'avvocatura di diritto amministrativo denunciano i limiti di una normazione elefantiaca, non coordinata in un "corpus" unitario, ma dispersa in tali e tanti rivoli, spesso oggetto di modifiche parcellizzate e contraddittorie, da non consentire all'Amministrazione di operare in modo lineare e certo, aprendo lo spazio ad un intervento giudiziale, che può anche sfociare in soluzioni antitetiche, ma parimenti motivate, nei due gradi di giudizio. Del resto, proprio il doppio grado di giudizio è garanzia ulteriore di correttezza del controllo.

    E' sufficiente esaminare in modo oggettivo le recenti disposizioni in materia di semplificazione del procedimento per rendersi conto che i testi dei decreti affermano principi e regole puntualmente smentiti nelle tabelle allegate agli stessi testi normativi.

    Se spostiamo il nostro punto di osservazione verso gli effetti di questa “crisi qualitativa” della regolazione, ci accorgiamo che ciò conduce inevitabilmente a un intervento sempre più incisivo da parte della giurisdizione, che viene da molti vissuto come un'interferenza nei compiti della pubblica amministrazione, chiamata sempre più, non solo a esercitare funzioni autoritative e gestionali, ma anche a promuovere crescita, sviluppo e competitività, ma è in realtà un imprescindibile controllo di legalità.

    Se un ricorso è "anche minimamente fondato" vuol dire che l'atto impugnato è illegittimo e come tale non coerente con il sistema, così che resta da chiedersi che senso abbia richiamare l'impegno della nazione alla legalità e contemporaneamente  proporre che  la Pubblica Amministrazione possa muoversi  al di fuori del controllo giurisdizionale.

    Il sistema amministrativo italiano ha visto progressivamente eliminare i sistemi di controllo amministrativo sugli atti: resta solo il giudice amministrativo a garantire che gli atti emessi da un ente pubblico siano conformi alla legge.

    Le sentenze possono certamente essere criticate, ma la critica non può tradursi in una mera invettiva contro l’intero sistema di giustizia amministrativa.

    Il vizio e lo scandalo non stanno nell’applicare la legge, ma nel non curarsi di disporre di un sistema normativo attuale, logico, non contraddittorio e chiaro, che permetta all'Amministrazione di operare in modo lineare, senza creare affidamenti ingiustificati e che consenta di considerare l’accesso alla giustizia come rimedio residuale, come soluzione di patologie che non possono essere la regola, ma l’eccezione e che, ove presenti, non possono che essere valutate da un soggetto imparziale ed esterno all’amministrazione come è il giudice.

    In fondo, siamo ancora a ricordarci vicendevolmente che la democrazia si fonda sulla separazione dei poteri e non sulla soppressione di uno di essi.